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Totò Schillaci, dallo stesso odore di Maradona a Pirandello, Tornatore e Santina Renda

L'attaccante palermitano, figlio del popolo, per un'estate comunque magica è stato per tutti il "Nuovo cinema Paradiso".


Luca CirilloLuca CirilloGiornalista

18/09/2024 15:55 - Altre notizie
Totò Schillaci, dallo stesso odore di Maradona a Pirandello, Tornatore e Santina Renda

Schilacci è quella bomba che esplode improvvisamente senza farti addurà ‘o fieto d’’o miccio (annusare il pericolo, in senso lato). Più che esplodere, brilla. Ti acceca per un attimo, ti incanta e poi sparisce lasciando i segni. E i residui. Totò ci ha disegnato addosso l’incanto di un’apparizione e la sapienza di chi ha vissuto la provincia del profondo sud. La strada di Fellini, il dopolavoro di Germi e la poetica di Tornatore con accenni di commedia all’italiana degli anni ’80. Nel 1988-89 la svolta: è Zdeněk Zeman a preparare l’ordigno “Totò” con vista sul mare di Messina e con mire espansionistiche. I metodi del boemo lo caricano a mille e lui segna 25 gol in 39 partite. Nell’intreccio inevitabile scritto per i viandanti dei sud del mondo, da Zeman passa alla Juventus per 6 miliardi di lire. Come quasi tutti i Totò, dunque, emigra. Con 15 gol in 30 partite conquista una Coppa Uefa e una Coppa Italia, ma soprattutto diventa Totò-gol e convince il CT Azeglio Vicini a convocarlo per il Mondiale Italia ’90. Schillaci parte inizialmente in panchina, in campo ci va Andrea Carnevale, fresco campione d’Italia con il Napoli di Maradona. Entra nel secondo tempo della prima partita all’Olimpico contro l'Austria. Ha la numero 19 sulle spalle (come il civico di via della Sfera a Palermo, quartiere Capo, dove è cresciuto) e indossa tutto il peso del cammino che però non gli impedisce di saltare alto sul cross perfetto di Vialli e di infilare di testa il pallone in rete. Erano passati appena quattro minuti dal suo ingresso in campo. Gli italiani pensano di aver ritrovato un Paolo Rossi. E lo pensò anche Vicini. Bruno Pizzul non poteva distrarsi un attimo che Schillaci segnava: “Ancora Totò, goooooool”. Nella seguente gara contro gli Stati Uniti non parte titolare, ma poi lo divenne insieme a Roberto Baggio e segna contro Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, nella semifinale contro l'Argentina e nella finalina contro l’Inghilterra nella quale Roby gli lascia un calcio di rigore per fargli vincere la classifica dei marcatori del torneo. Contro l’Argentina, però, non se la sente di calciare il rigore alla lotteria finale. Poi spiega perché: “Avevo un problema muscolare ed ero stanco, ho preferito lasciare il compito a qualcuno più fresco di me. Non sono un grande tiratore di rigori: a volte li segno, a volte li sbaglio. Quando prendi la rincorsa, pensi a un sacco di cose e in un momento simile non puoi rischiare. È una grande responsabilità. Avrei voluto calciare, ma non ero al meglio”.


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Totalizza sei gol, come Pablito al Mundial ’82. Ma sulla sua strada trova Maradona che elimina l’Italia al San Paolo. Totò segna, ma quella volta non basta. Passa la truppa di Diego, campione del mondo in carica, che poi perde in finale contro la Germania. Ma questa è un’altra storia tra rigore inventato, fischi vergognosi degli italiani all’inno argentino, polemiche per il presunto tifo dei napoletani per Maradona e così via. Schillaci si laurea capocannoniere a Bari dopo Italia-Inghilterra (quando ancora si faceva la finalina per il terzo posto), proprio al San Nicola, dove qualche mese prima gli avevano urlato "Schillaci ruba le gomme". Perché puoi anche fare fortuna dopo aver macinato chilometri, ma certi marchi a fuoco te li porti sempre appresso e non ti resta che diventare eroe di Patria per vederli sparire in parte. La favola di Totò e di Italia 90 sfuma. Anni dopo Totò ammise: "Avrei barattato i miei gol col titolo di campione del mondo". I suoi occhi “spalancati” tra meraviglia, stupore di sé e incompiutezza, ce li siamo incollati per anni sotto la fronte. Totò per un’estate comunque magica è stato per tutti il “Nuovo cinema Paradiso”. Schillaci però sparisce lentamente dietro al sipario che si chiude sul Mondiale, in quell’esplosivo che fa venire giù il cinema. Tanti giornalisti vanno in Sicilia per raccontare la sua storia, ma nel frattempo la scomparsa della piccola Santina Renda, proprio nel quartiere di Totò, tiene ancora in ansia il Paese. Di lei nessuna traccia dal marzo precedente. I cronisti, che volevano conoscere i genitori di Totò, trovarono il papà Domenico alla fiaccolata per la bambina. Di cui poi non si seppe più nulla.


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Totò inizia la sua parabola discendente in quel vuoto che la bomba crea. Dopo i successivi due anni ancora alla Juventus, per nulla entusiasmanti e caratterizzati anche da quel “ti faccio sparare” urlato a Fabio Poli del Bologna che gli aveva sputato, dal cazzotto rifilato all’amico Baggio (incredibile, ma vero), dal divorzio dalla moglie (“che la Juventus non gli perdonò e perciò mi vendettero”) e dall’arrivo di Vialli dalla Sampdoria, passa all’Inter. Qualche gol lo fa pure, ma poi si perde il successo in Coppa Uefa perché ad aprile, poche settimane prima della doppia finale, se ne va. Il suo viaggio continua.

Approda al Júbilo Iwata, che lo riempie di soldi, gli dà autista, interprete, casa. Tutto! E’ il primo italiano a giocare in Giappone. Per chi non è Italiano, certe favole restano lì, si propagano. “Per i giapponesi continuai ad essere lo Shillaci del mondiale”, disse Totò. Vince, segna, poi si fa male seriamente nel 1997. E nel 1999 si ritira. Torna a Palermo. Il richiamo di casa che lacera tutti i viandanti. 

Si candida a Palermo e viene pure eletto. Diventa consigliere comunale. Si pente di quella scelta e lo dice chiaramente. Dopo un paio d’anni torna al calcio. Gestisce la scuola calcio di via Leonardo da Vinci, al campo Louis Ribolla, dove è cresciuto quando lì giocava con l'Amat. Spera di veder nascere nuovi Totò in quei luoghi dove la speranza spesso resta tale. Inizia l’era dei reality show. Schillaci fa l’Isola dei Famosi, poi “Pechino Express”. Mostra qualità anche come intrattenitore senza palloni e porte da infilare. Ride, si diverte e fa divertire. Continua il suo viaggio in India, Malesia e Cambogia. Il male, però, cova dentro. E così lentamente si defila, come gli era accaduto dopo Italia 90. L’ultima apparizione in pubblico a Lipari, dove era andato per rendere omaggio all’altro “padre” che aveva, Franco Scoglio, allenatore che ebbe al Messina (quello che amò di più insieme ad Angelo Chianello all’Amat), prima di Zeman. Oggi l’addio. Gli occhi spiritati non sono più i suoi, ma i nostri nell’apprendere la notizia. Totò è rientrato nel cinema Paradiso e lì dentro è svanita la paura della notte che hanno tutti i bambini. E in uscita dal tunnel, palla al piede, ha scoperto la luna come Ciàula dopo anni di miniera in giro per il mondo. Totò Schillaci è pur sempre una delle opere postume di Pirandello.

Ora il nuovo incontro con Maradona, come quello del 26 novembre 1989. Schillaci racconta: "E' la volta di affrontare il Napoli di Diego Armando Maradona, il dio del calcio, il giocatore più forte del pianeta. È a pochi passi da me, in un paio di occasioni lo contrasto, in una gli tolgo la palla. Io, che fino a poco tempo fa stavo appiccicato alla televisione ad ammirarlo. L’emozione più forte, però, arriva dopo la partita, rientrando negli spogliatoi, ed è un’emozione che in qualche modo dà senso a tutto quello che sto vivendo”.

“Totò!”, sento chiamare con accento sudamericano. Mi giro e me lo trovo davanti, che mi porge la maglia, la sua 10, e chiede la mia. È un istante: incrocio i suoi occhi, mi vedo in una sorta di specchio. E mi rendo conto che, se mi ha scelto, è perché è come se avesse annusato l’aria, se avesse sentito il suo stesso odore. Quello dei quartieri popolari e dei campetti in terra battuta, della povertà e della fatica, che ci porteremo dietro per tutta la vita”.


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Luca CirilloLuca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.
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